Alberto Grando e la Figura del Leader Aziendale

Dean_Alberto_GrandoUn Ryla e mille sorprese. L’annuale Master organizzato dal Rotary Club alza il sipario nel 2014 con la brillante analisi del pro-rettore dell’Università Luigi Bocconi di Milano, Alberto Grando. Ma a ben vedere, la figura del leader aziendale moderno, si fa portatrice di un management che può – a mio avviso – essere assorbito dal singolo individuo anche nella vita quotidiana, magari calato nel contesto familiare.

“Il leader esercita una forza trainante legittimata dalla sua autorevolezza, che si conquista attraverso azioni sul campo verificate. Ecco perché un leader deve sentirsi sempre in discussione, e si riconfermerà tale in funzione della sua costante capacità nel mantenere la posizione raggiunta”

Una forza indiscussa, in grado di creare un mondo a cui gli altri vogliono appartenere, che può essere un’azienda ambita, un Paese ben funzionante: insomma, ogni sistema ed organizzazione necessità di un leader forte. Quindi leadership è cambiare, osare, saper rischiare, ed ogni singola azione è riposta nelle decisioni di un’unica figura, e benefici o disfunzioni vanno inevitabilmente a toccare tutti gli stakeholders chiamati in gioco.  “Tengo a precisare – prosegue Grando – che la leadership è un fatto collegato alla crisi economica e finanziaria, numerosi studi ne parlano. E la crisi odierna, è una crisi di leadership”. Questa analisi mette sotto i riflettori un problema che, altrimenti, rimarrebbe sottotraccia, a cui pochi fanno riferimento. Il leader lo si riconosce dall’esperienza, che gli permette di tenere i polsi fermi perché sa come tenere il timone della nave. Paralysis by analysis.

Il primo modo per fronteggiare una crisi è sviluppare consapevolezza, che è l’inizio della cura, attraverso una capacità umana che può essere amplificata dagli studi: “Marchionne di Fiat ha studiato filosofia – ricorda Grando – e Guerra di Luxottica, storia”. Il ruolo di leader va interpretato sotto una serie di aspetti, e consta di due tipi di competenze:

  1. Competenze Hard, che sono quelle specifiche, forti: cuore-cervello-buon maestro
  2. Competenze Soft, che sono il lavoro di gruppo, la comunicazione, il ritmo e la capacità di convincimento

Questo ci fa capire un aspetto molto importante sulla disciplina:

“Il management non è né un’arte, né una scienza pura, ma una professione liberale”

E questo tocca due aspetti: le persone con cui si lavora e la capacità di colmare il deficit umanistico. Questo deve essere il plus in più di cui si avvale il leader quando deve prendere decisioni impopolari, a fronte del contesto di incertezza nel quale si lavora. Bocconi“Un leader, certe volte, fa uno sparo nel buio – afferma Grando – ma il conforto di competenza ed esperienza gli permettono di ridurre il rischio e assumersi tutte le responsabilità in gioco”. Purtroppo, però, oggi la realtà si è tramutata in un database portando ad una particolare deriva che è la perdita di contatto con i colletti blu. Infatti, non va dimenticato che la costante evoluzione della tecnologia, resta comunque fredda e non potrà sostituire attitudini e abitudini, componente essenziale degli esseri umani. E un esempio lo abbiamo con Peter Drucker, che era interessato non tanto alle commodities, quanto più ai comportamenti dell persone.

“Formarsi e istruirsi è indispensabile per essere leader, nulla arriva da caso. La fortuna centra, ma ricordiamoci che uno non può essere sfortunato a vita: se così fosse allora chiediti perché”

Insomma, le competenze soft vanno costruite sulla solida base delle competenze hard, accettando e quindi facendo leva sulla multiculturalità e sulla diversity. “Un po’ come nel calcio – conclude Grando -: c’è chi si nasconde dietro l’uomo e chi fa il regista prendendo la palla e facendo girare tutto il sistema squadra”

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