Montali, Manager trasversale e Leader assoluto

montaliDa cosa si riconosce un Leader? Innanzitutto dalla sua capacità di raccontare un vissuto, fatto di vittorie (tante) e difficoltà (ma superate). In secondo luogo dalla capacità di trasferire questo vissuto e il percorso di conquiste nella vita pratica di chi lo ascolta. E’ il caso di Gian Paolo Montali, manager e coach, figura carismatica che ha ottenuto vittorie trasversali: dalla pallavolo al calcio, fino all’imprenditoria: un prodromo della leadership partecipativa che ha animato il master Ryla 2014 in occasione della giornata di apertura presso l’Aula Magna dell‘Università Bocconi.

Sono un uomo vasto e contengo moltitudini

“Nella mia carriera – spiega – ho sempre giocato per vincere, per essere il numero uno: fare bene non basta, bisogna fare meglio”. Ma la vittoria, come dimostra il percorso di Mister Montali, non appartiene al singolo, bensì al team. “Governare organizzazioni e aziende significa tenere insieme persone che non hanno niente in comune, che magari si odiano anche, ma che vanno convinti alla condivisione, per raggiungere l’obiettivo che tutti hanno in mente: vincere“. bocconi2Un fitto lavoro di analisi delle risorse umane oltre che psicologico, che porta a superare il concetto di “diversità” tra i singoli, visto generalmente come elemento di divisione anziché di arricchimento.  “Bisogna codificare istruzioni chiare e precise, affinché tutti si riconoscano nel cosa fare, quando farlo e come farlo – approfondisce Montali – e ciò fa sì che ognuno lavori per competenza, assolvendo al meglio il proprio compito singolo ma in un’ottica di squadra”. Un metodo che vale per lo sport quanto per la realtà aziendale. La carriera da allenatore di pallavolo inizia casualmente, a 23 anni, dopo una breve carriera da professionista passata più a osservare che a giocare. “Ho iniziato a fare l’allenatore con scetticismo, più che altro per denaro inteso come soddisfacimento dei bisogni personali”. Dai top team della massima serie, alla nazionale italiana, e ovunque sia andato ha lasciato un solo ricordo: la vittoria. Originario dell’Emilia, con un futuro da dentista, abbandona gli studi, rapito dal piacere per il comando: “ricordate: comandare è bello, ma per farlo servono regole e la loro esatta applicazione, nulla lasciato al caso, perché senza regole l’unica certezza sul lungo termine è la sconfitta”. Il Capo, quindi, deve innanzitutto essere altruista, saper ascoltare e sacrificarsi per primo quando serve. Dopo aver vinto tutto quello che c’era da vincere con il team della Pallavolo Parma (dal 1986 al 1990), all’età di 29 anni abbraccia una nuova sfida, chiamata Benetton di Treviso. “Non fui il classico allenatore tutto grinta-grinta, forza forza, cuore-cuore – precisa – ma un manager a 360°, formato grazie ai corsi che il patron Gilberto Benetton mi permise di frequentare. Dovevo costruire una squadra ex novo, e quindi viaggiai per il mondo, imparando a svolgere il mestiere per cui ero pagato, conoscendo il reale valore delle persone che lavorano dietro le quinte e che portano la squadra alla vittoria”. Altri cinque anni di vittorie e il trasferimento in Grecia, all’Olimpiakos, per riformulare le sezioni di basket, calcio e pallavolo. Terminata l’esperienza ellenica segue l’altra grande impresa: “costruii la sezione pallavolo dell Roma e la portai alla vittoria del campionato nell’anno del Giubileo”. Era il 2000, e il cambio di rotta nella carriera di un uomo che con i club aveva vinto tutto era ormai prossimo. “Fino al 2005 fui commissario tecnico della nazionale italiana di pallavolo, vincemmo medaglie su medaglie: ormai in questo sport avevo dato tutto e servivano nuovi stimoli”.

“per vincere non devi volere bene al tuo team, le emozioni ti fanno perdere competenze”

Poi volta pagina, e inizia così la carriera di manager assoluto: prima nel CdA della Juventus Calcio – con delega all’area sportiva a fianco di Cobolli Gigli per tre anni – e poi alla Roma, sino a due anni fa, negli ultimi sgoccioli dell’era della Presidenza Sensi. “Ho capito che in ogni realtà ci sono due squadre, quella che la domenica va in campo a vincere e quella che invece sta dietro”. E prosegue: “io, leader, sono quello che sigla la vittoria nel periodo di tempo che precede il match, nel quale il team è messo in condizione di vincere“. Talento, rigore e preparazione: una ricetta tipica del leader partecipativo che ricorda molto il discorso tenuto dall’economista Domenico Bodega.

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