Domenico Bodega, “la Leadership risolve la Crisi”

ImmagineUna crescita professionale che si rispetti, presuppone dei modelli. Soprattutto in tempi di incertezza come i nostri. Beh la nota positiva è che ancora ce ne sono, e l’occasione per un raffronto con loro è il master RYLA 2014, promosso dal Rotary Club. A colpire particolarmente è stato l’intervento del prof Domenico Bodega, preside della facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano, che ha alzato il sipario con un incisivo discorso sul tema focale del corso: la Leadership, ospite dell’Aula Magna dell‘Università Bocconi.

“Equilibrio non vuol dire essere atarassici, ma trasformare la gente attraverso il modo con cui si trasforma la realtà”

“Viviamo in una civiltà che fin dalle sue origini sente vivo il concetto di leadership, sia nella sua lingua sia nella sua politica dominante – spiega il docente -, pensiamo alla derivazione anglosassone con il verbo to lead, piuttosto che dal verbo latino ducere“. Una cultura, quella europea e nella fattispecie mediterranea, in cui la parola comando non è mai manca, né mai si è fatta attendere sul campo. “Ma non si tratta di una questione di nomina – precisa Bodega – perché la leadership ti viene richiesta, è pretesa come motore trainante di un sistema, e spesso arriva dal basso”.

Ma perché una leadership forte emerga, è altresì necessario che l’organizzazione (un’azienda, un gruppo politico, o semplicemente una famiglia) funzioni a dovere.”Parliamo di una dote innata, che non deve prevaricare i meccanismi, piuttosto emergere nei momenti di bisogno, di defaiance, quindi per situazioni temporanee”. E prosegue: “servono competenze manageriali diffuse, che diano solidità a ciò che sta alla base per una crescita verticale”. Il riferimento va alla figura tipicamente italiana dell’imprenditore cresciuto nel solco del boom: fortemente accentratore, poco competente e ancor meno propenso al lavoro in team – concetto subentrato relativamente tardi nel nostro management. “I popoli latini hanno anche il limite dell’individualismo, che snatura la vera essenza del leader”. Insomma: leader si nasce, non si diventa, e lo si scopre quando queste figure, in situazioni di particolare criticità, innestano una serie di movimenti:

“Un leader deve essere un change agent, che mette in atto un cambiamento radicale e discontinuo rispetto al passato – precisa Bodega -. Intendo dire che crea qualcosa che ancora non esiste, attraverso un cambiamento di natura culturale che cambia anche le priorità, e tendenzialmente il leader è agente di cambiamento”. Scelte difficili, sostenute da un ethos proprio, “perché quando si dovrà prendere una decisione il leader sarà da solo, e dovrà rispettare le priorità, anche qualora andassero a detrimento di qualcuno o qualcosa”.

Poi va affrontato il problem solving, quando i problemi non sono ancora chiari e definiti, ed è richiesta una propensione al rischio. “Un rischio calcolato, non gettato in balia della sorte, “. Parallelamente, si distingue anche nel problem setting, che è la decodificazione del problema, e che implica una leadership visionaria, in grado di anticipare il futuro, fare luce e permettere alle persone di dirigere le proprie forze. “Il carisma ha a che fare per etimologia con la luce – aggiunge Bodega – in quanto il leader è illuminato”.

Infine il leader genera risorse che ancora non ci sono, da cui deriva nuovo valore. “Il leader concepisce il pensiero con l’indicativo futuro, ha una capacità prospettica migliore degli altri. Saper ascoltare, pazientare, tenere uniti i cocci e traghettare senza affondare”. Insomma: un leader non ha battute d’arresto, non ha momenti di buio, ma soprattutto non si circonda di Yes Men! che dicano sempre di sì. “Il leader deve avere il coraggio di circondarsi di un team che provi a contrastarlo, che generi valore e che non abbia timore al confronto con arroganza e presupponenza”.  Infine due tipi di leader: Carismatico, colui che colpisce la pancia, e Partecipativo, che coinvolge prima la testa.

 

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